Bed And Breakfast in Puglia G2P sindicaci;ón

Bed and Breakfast in Puglia

Prenotazione online di B&B in Puglia

Archive for Febbraio, 2007

Bed and Breakfast in Puglia

Per ogni Bed and Breakfast, è possibile visualizzare una descrizione della struttura e i commenti di tutti i turisti che hanno soggiornato presso la stessa.

B&B Casale Covile
- Casarano (LE - Puglia)
Casale Covile, per chi ama uno stile modernamente country, sobrio ed elegante, che non induce in ostentazioni ma trova i suoi riferimenti in scelte di qualità e di buon gusto.

B&B Centro Storico Lecce - Lecce (LE - Puglia)
Il B&B Centro Storico è un relais de charm ubicato nel Palazzo Astore edificato nel XVI secolo, magistralmente restaurato, sinonimo dello splendore e fascino di Lecce.

B&B Donna Giulia
- Cursi (LE - Puglia)
Il Bed and Breakfast Donna Giulia è a Cursi, città della pietra, un piccolo borgo facilmente raggiungibile, un angolo di Salento che merita di essere scoperto…

B&B La Casa Degli Artisti - Gallipoli (LE - Puglia)
L’esperienza unica di vivere dentro un’opera d’arte…

B&B La Cisura - Muro Leccese (LE - Puglia)
Immerso tra gli ulivi il Bed and Breakfast La Cisura offre ai suoi ospiti un soggiorno indimenticabile dove trascorrere le giornate in una calda e simpatica atmosfera familiare.

B&B La Corte - Lecce (LE - Puglia)
Avvolta dagli splendidi e caldi colori della pietra leccese, il Bed and Breakfast La Corte è situato nel cuore del centro storico di Lecce a pochi metri dalla stazione ferroviaria.

B&B La Scisa - Alessano (LE - Puglia)
Un eccellente rapporto qualità prezzo ed un’ atmosfera ospitale unita ad un servizio attento fanno del B&B La Scisa il luogo ideale per trascorrere una piacevole vacanza in totale armonia.

B&B Masseria Labbruto - Martina Franca (TA - Puglia)
In posizione equidistante tra Mar Jonio e Mar Adriatico, immersa nel verde e nella tranquillità, sorge, a meno di un chilometro dal centro di Martina Franca, Masseria Labbruto.

B&B Palazzo Rollo - Lecce (LE - Puglia)
Palazzo Rollo si trova lungo la strada principale del centro storico di Lecce, scenograficamente affacciato sul suggestivo campanile del Duomo, a pochi metri da Piazza S. Oronzo.

Servizio sui problemi di Gallipoli:
Occorre potenziare il turismo, unico modo per valorizzare Gallipoli. (1/4)

castro
(18° Meridiano n .5 del 25 Dicembre 1963)

Il problema della valorizzazione turistica di Gallipoli, sotto i suoi molteplici aspetti, si presenta difficile, anzi impossibile, per una soluzione rapida e a breve scadenza, per un chiaro lampante evidente immediato sviluppo.

Non si può non lasciare trascorrere, prima, un certo periodo di tempo, forse anche molto lungo, purtroppo, durante il quale iniziare a gettare le fondamenta, nel corso del quale compiere i primi passi verso quella che, attualmente, sembra essere l’unica prospettiva, la soluzione migliore perché Gallipoli risorga dallo stato di disagio, dal baratro nel quale suo malgrado è caduta per via del progresso che, se da un lato ha portato i suoi giovamenti alle grandi industrie del nord, dall’altro ha tagliato le gambe a tutte quelle esistenti in Gallipoli e nei dintorni, obbligandole alla chiusura e al fallimento.

L’industrializzazione del Mezzogiorno, di cui tanto si sente parlare di questi tempi, non può e non potrà interessare Gallipoli direttamente su vasta scala, almeno per il momento, anche se sfruttabile nel senso di un più largo impiego della mano d’opera; non si può pretendere di obbligare un privato a creare degli impianti là dove i guadagni dovessero risultare deficitarii, e tanto meno ciò lo si può imporre allo Stato ove non si potesse almeno intravedere uno spiraglio di utile con la chiusura del bilancio annuo con un minimo di attivo o, almeno, a pareggio. E se la Metalchimica-Breda ha ritenuto di dovere impiantare una sua fabbrica a Gallipoli è perché, questa volta, la posizione geografica della cittadina jonica è risultata favorevole in quanto dirimpettaia delle zone dell’Africa dalle quali dovrebbe importarsi il materiale grezzo. Continua

Impressioni di un viaggio nel Meraviglioso Salento:
Da Otranto a Santa Cesarea e Castro fino al Capo di Leuca; Da Gallipoli alla “riviera neretina� la penisola Salentina svela le sue gemme incomparabili.

Porto_Leuca

(Il Popolo del Salento nr.36 del 23 dicembre 1957)

L’estremo lembo d’Italia, il territorio che costituisce il “tallone� ed il “piede� dello “stivale�, si adagia nel Mediterraneo, quasi volesse concedersi un po’ di meritato riposo affranto e spossato dal continuo ed incessante travaglio del Nord industriale, e lo divide in tre mari con due caratteristiche Penisole, la Puglia e la Calabria, entrambe bellissime nonostante la loro natura che le rende sostanzialmente diverse l’una dall’altra.

La Calabria, prevalentemente selvosa, si lancia infatti tutta viva di forme nel gioco sinuoso del Tirreno e dello Jonio, come se volesse congiungersi, in un estremo sforzo disperato, alla Sicilia. Mentre la Puglia, di aspetto uniforme ed avulsa dal sistema appenninico, è tutta a pianura e terrazze; terra sacra a Cerere, a Pallade, a Dioniso, è splendida per le sue naturali bellezze, ricca di cattedrali maestose, di castelli possenti, di Chiese e di opere d’arte, vanto dell’ Italia tutta.

Fra le due penisole, per distinguerle ed avvalorarle ancora più nella cornice di uno Jonio azzurrissimo ed incantevole, si apre il Golfo di Taranto circondato da Leuca ridente col suo candido faro, dalla bianca Gallipoli visione orientale “balcone de’ le fate�, dalla molle Taranto adagiata tra i suoi due mari, dalla tragica Metaponto, da Crotone suonante di gloria e opere.

Bella è la Calabria le cui montagne della Sila si stagliano possenti nel cielo, simbolo di potenza e di austerità, che si infiltrano simili a serpeggianti fiumi sotterranei nell’animo dei suoi abitanti; magnifica è la Puglia con la sua vegetazione, le sue naturali caratteristiche, i suoi monumenti; bello soprattutto è il Salento, meta di turisti italiani e stranieri, pinacoteca nella quale si racchiudono migliaia di tele di artisti famosi, luogo in cui l’architettura si erge maestosa a testimonianza di un’era di gloria a simbolo di una spiccata civiltà acquisita nel tempo.

Un pullman percorre a modesta andatura la via che da Brindisi porta a Lecce capitale del Salento: nonostante il traffico intenso, il via vai delle automobili incessante che dà l’idea della città per eccellenza adattata ai tempi moderni sembra che, quivi, ogni cosa si sia arrestata a due secoli or sono.

Santa Croce, piena di slancio, armoniosa, luminosa, serena come una Chiesa brunelleschiana, è una dei migliori esempi dell’elegante barocco leccese, dall’organismo architettonico semplice e puro, rivestito da una ornamentazione fastosa ma di buon gusto che, insieme al Palazzo del Governo, a pochi metri di distanza, mostra la vasta possibilità decorativa della pietra leccese, un calcare omogeneo di un bel colore giallo caldo, tenerissimo alla lavorazione. Di grande interesse, per gli amanti dell’arte, è il “Puteale�, anche questo barocco, nel cortile della Chiesa dei Santi Nicolò e Cataldo, in Piazza del Duomo stupenda e scenografica con i suoi edifici rinascimentali e barocchi il Campanile alto settanta metri il Duomo il Palazzo Vescovile e il Palazzo del Seminario; il tutto a formare un mirabile complesso armonico.

E tante altre cose, a Lecce, vi sono: l’ Anfiteatro Romano capace di contenere ben venticinquemila spettatori, le Porte monumentali, gli Obelischi , le numerose Chiese che costituiscono quasi un merletto, una trina lussuosa e lavorata alla perfezione che contorna tutta la città come per rendere ancora più smagliante il vestito che si adagia sul corpo flessuoso di una ragazza dalla bellezza quasi celestiale.

Abbandoniamo Lecce da Porta San Biagio e, dopo poche chilometri, eccoci a Cavallino e, di qua, a Lizzanello attraverso una sequela di uliveti e di vigneti rigogliosi che si piegano sotto il peso di grappoli d’uva grossissimi: al magico tocco dell’ultimo sole estivo, le speciali uve salentine si trasformeranno in un ottimo e gustoso vino traditore che allieterà le mense di tutti, poveri e ricchi, accomunandoli in un unico desiderio, quello di vuotare d’un sorso e tutto d’un fiato, il calice contenente nettare tanto gustoso.

E poi il torpedone continua la sua corsa passando per Martano, Carpignano Salentino ricco di arte bizantina con la Cripta di Santa Cristina e con gli affreschi del X° e XI° secolo, ed ecco la meravigliosa bellezza dei Laghi di Alimini con le Fontanelle e, quindi Otranto. Qui la Cattedrale costruita nel 1080 costituisce il più importante monumento della città nella quale 800 martiri si immolarono per la Patria e per la Religione.

“Nel 1480 vivevo tranquilla e dimenticata quando, sull’alba del 28 luglio, mi vidi circondata da navigli e da schiere ottomane�dice l’epigrafe murata nell’interno della Chiesa di San Francesco, sul Colle della Minerva e più in là, quasi a chiusura di un capitolo di storia scritta a lettere di fuoco per i posteri, essa termina, monumento imperituro del popolo Otrantino, con parole caldissime sulle quali, a distanza di tanti secoli, sembra ancora scorrere il sangue dei morti per vivificare quel calore e rinnovare, quale ferro che si tempra nel fuoco, il coraggio di ieri nelle coscienze di oggi: “…sui cadaveri dei 12.000 figli miei , mantenuto il giuramento caddi: Caddi, ma due giorni dopo mi bastò il cuore di confortare su questo colle altri 800 figli miei egri o feriti, superstiti alla guerra ed alla strage. Dopo tredici altri mesi Iddio mi liberò dal nemico�.

Fiduciosa nel coraggio dei suoi uomini Otranto resistette alla barbarie di altri uomini e, a un certo momento, fu costretta alla resa; ma su tutto prevalsero le forze del Signore che consacrarono nei secoli i figli della città che per Lui si era battuta contro i Suoi nemici.

Una visita rapida a Porto Badisco, lo scoglio cui si dice abbia approdato Enea e, quindi, si procede per Santa Cesarea Terme con le sue sorgenti idroterapiche le quali sboccano nella Grotta della Gattulla, della Fetida, della Solfatara e nella grotta Grande mentre più in là gli alberghi offrono al forestiero una ospitalità degna delle più grandi stazioni di cura.

Proseguendo nel viaggio, spingendosi ancora più a sud per addentrarsi sempre più lungo la litoranea, non si può fare a meno di fermarsi a Castro per ammirare prima, nella parte Superiore, le importanti vestigia di un’antica civiltà e, poi, in quella Marina, il caratteristico porticciolo peschereccio nel quale le barche si annidano una appresso all’altra e, con esse, una ben nutrita colonia di bagnanti che immerge le proprie membra nel mare trasparente. Non può mancare la visita alla Grotta della Zinzulusa.

Santa Maria di Leuca, con la sua Vergine miracolosa di Finibus Terrae adorando la quale si dice ottenere il passaporto per il Paradiso, con le sue tradizioni; la sua posizione sul mare rappresenta il punto in cui si pongono i confini naturali d’Italia, dove si incontrano, segnando una caratteristica cresta, l’Adriatico e lo Jonio.

Si può continuare la litoranea che porta a Gallipoli attraverso scogliere a strapiombo e spiagge gremite di bagnanti particolarmente provenienti dall’entroterra, da Tricase, Ugento, Alliste, Racale, Taviano.

Ma preferiamo risalire ancora verso Lecce; ecco Alessano, Lucugnano, il paese famoso in cui nacque e visse Papa Caliazzu il principe della barzelletta salentina, Nociglia, Scorrano, Maglie sviluppato centro industriale dove il lavoro del merletto e i ricami a punta d’ago sono quanto di più bello e di più prezioso possa vedersi attualmente nel campo della lavorazione a mano.

Si attraversa nuovamente la Firenze delle Puglie vedendo sempre cose nuove che, nella fretta di partire erano sfuggite all’occhio pur attento dell’osservatore e, lungo la statale 101 e attraverso un continuo susseguirsi di rigogliose campagne tirate su con i sacrifici enormi e gli stenti dei contadini, si passa per Galatone, patria del Galateo. Da qui o ripiegando a destra, attraverso la Riviera Neretina con Porto Selvaggio, Le Cenate, Nardò, Santa Caterina, Santa Maria al Bagno, La Montagna Spaccata, Le Quattro Colonne, Cannole, Il Lido delle Conchiglie, oppure proseguendo in linea retta, si giunge a Gallipoli, la Japigia delle Puglie, che, già dalla Serra, si presenta in tutta la sua sfolgorante bellezza sottoponendo all’occhio avido del turista, un panorama dei più suggestivi.

Il nucleo più antico di questa perla orientale incastonata in un diadema azzurro che sprizza i suoi raggi tutto intorno dal candido petto di una divina bellezza, è su un isolotto calcareo congiunto da un Ponte alla terraferma sulla quale sorge il Borgo moderno.In essa, oltre alle naturali bellezze avvalorate ancor più dal modo di vita e dal carattere dei suoi abitatori dediti alla pesca in primo luogo, può ammirarsi un numero rilevante di opere d’arte antica, testimonianza delle origini greche della cittadina jonica , tantissime tele dipinte prevalentemente da artisti locali le quali, messe insieme terrebbero rivolto verso di esse per lungo tempo il volto attento del visitatore.

La Cattedrale, nobile Chiesta del Genovino, ha una sontuosa facciata barocca e un interno a croce latina decorato come una vera pinacoteca; la Fontana Antica, gioiello della architettura ellenica all’inizio del Ponte, con i suoi tre bassorilievi immortala nella pietra le metamorfosi di Dirce Salace e Biblide, tre celebri donne del paganesimo trasformate in altrettante fonti dagli Dei; il Castello Angioino, posto all’ingresso della città medioevale, resiste al tempo e al mare con sorprendente potenza; tante Chiese, qua e là disseminate per tutta la cittadina, innalzano verso il cielo i loro campanili le cui cime, sopraelevandosi dal normale livello delle case quasi tutte a due piani, sembra siano il principale anello di congiunzione della solidissima catena che lega di un vincolo indissolubile sacro e profano, termini antitetici in un senso, ma tanto interdipendenti nella vita pratica. E non soltanto per questo è famosa Gallipoli: il suo Carnevale ha ormai acquistato risonanza al di là dei confini della Provincia e, ogni anno, la sfilata dei carri allegorici si allarga sempre di più in una vera e propria competizione cui partecipano artisti di tutta la provincia.

Ed il pullman che ci ha accompagnati in un viaggio che rasenta il fantasmagorico, alle prime luci dell’alba pian piano si riempie di passeggeri, poi il rombo del motore si fa sentire stridente ed ecco che si parte per iniziare il viaggio di ritorno. Il giorno di festa è passato rapido, quasi volando sulle velocissime ali del tempo e, domani, ognuno dovrà ritornare al suo quotidiano lavoro; si è già alla Serra, si divorano le ultime rampe e, volgendo indietro lo sguardo, si cerca nel ricordo rivolgendo a Gallipoli e al Salento un sincero arrivederci.

Silvano Piccolo

Carnevale di Gallipoli

Carnevale3 Carnevale1 Carnevale2

(12 Febbraio 1957)

Non sono mai stato, nel periodo di Carnevale, lontano dalla mia cittadina, nonostante che sempre abbia avuto il desiderio di assistere a una sfilata di maschere in quelle località come Viareggio, Fano, Putignano che hanno ormai conseguito fama in campo nazionale. Penso, comunque, che forse una certa impressione desterebbero in me, turista, soltanto i carri allegorici costruiti con vera arte e maestria dagli artisti di quei paesi, impressione che, del resto, sarebbe la stessa se un forestiero di una qualsiasi città, anche di quelle che per la sontuosità del loro Carnevale sono destinate a passare alla storia, si trovasse per caso a Gallipoli.

Anche se la loro situazione economica non è delle più lusinghiere, pur attanagliati spesso dalle robuste chele della miseria a causa della disoccupazione, i Gallipolini amano divertirsi proprio per quella naturale tendenza degli italiani e, principalmente, dei meridionali, per la quale le sofferenze vengono attenuate e lenite e si riesce a presentarsi sereni e spensierati (grandi attori sul palcoscenico del mondo) anche quando si soffre.

Sembra un paradosso, ma questa in effetti è la realtà.
E’ però rassegnazione quella dei Gallipolini , non incoscienza; è mera reazione alla sofferenza, e tanto più si cerca di distrarsi quanto più sono impellenti le necessità quotidiane.

Questo è uno dei caratteri peculiari dei Gallipolini; colgono tutte le occasioni per fare dello spirito, per mettere in mostra le loro trovate intelligenti e bizzarre al tempo stesso; e in quale periodo dell’anno si è più propensi e maggiormente favoriti per fare ciò se non che in quei mesi in cui , come dicevano i latini, licet insanire?

E’ il giorno in cui si festeggia S. Antonio Abate: esso segna l’inizio del nuovo periodo, nuovo perché completamente diverso da quello precedente invernale; si è, è vero, nel pieno della stagione fredda, ma il 17 gennaio, a Gallipoli, si dà il simbolico saluto alla stagione che obbliga a restare chiusi in casa e, per fare ciò, si accendono immensi falò quasi si volesse intiepidire, con quelle alte lingue di fuoco che si innalzano sino al cielo, l’aria fredda dell’inverno.

Le focareddre, così si chiamano quei fuochi, aprono il Carnevale ufficialmente e intorno a quelle enormi cataste di rami di ulivo a tutti i crocicchi delle vie cittadine, quasi volessero propiziarsi ipotetiche divinità del “Bene�, i Gallipolini intrecciano frenetiche e indiavolate danze al ritmico suono dei tamburelli.

Non sono solo ragazzi quelli che danzano e ballano quella sera, ma donne che non sono sicure se, il giorno dopo, potranno recarsi al mercato a comprare da mangiare, sono anziani pescatori che, a notte inoltrata, dovranno recarsi a molte miglia da Gallipoli, spingendo a forza di braccia la barca sulle infide e perigliose acque del mare. Non è pazzia quella loro, è desiderio di estraniarsi dal mondo, sia pure per brevissimo tempo, è quasi una necessità dello spirito che ha bisogno di un po’ di godimento, di un attimo di spensieratezza.

E piace assistere a quello spettacolo: si prova una certa soddisfazione nel vedere quella gente, abituata ai lavori più duri, alle fatiche più pesanti, alle sofferenze più acute, che si trasforma improvvisamente, che mette da parte il proprio carattere e il proprio temperamento, che diventa piccola piccola, quasi non sentisse più il peso degli anni.
Ma sarebbe poca cosa se il Carnevale di Gallipoli fosse solo questo: tutte
le sere la città vecchia ospita centinaia di maschere le quali sfilano tra nubi di coriandoli e sotto il lancio di confetti, “li candallini�.

E’ questo un modo come un altro per divertirsi; su una manciata di confetti ecco piombare come bolidi tanti bambini, quelli che, tutte le sere, fanno a gara per occupare posizioni strategiche nei punti in cui i lanci sono più frequenti e da dove meglio e prima si può intervenire nella mischia.

Intanto le mascherine vanno su e giù interrompendo il loro composto e flessuoso procedere ora per insultare un amico ora per imbiancare con il talco una ragazza con la quale si cerca di fare amicizia. Con la maschera tante cose si possono fare di quelle che, senza, sembrerebbero impossibili; si può celare ogni titubanza, si diventare più arguti nello spirito, si può nascondere il naturale e spontaneo rossore che pervade il viso nel pronunziare una qualche parolina all’orecchio di una ragazza.

Godono così le maschere; in tal modo si divertono gli spettatori che contraccambiano, scherzando, gli insulti: sembra che tutti diventino fratelli che, compatti, animati dagli stessi propositi, si stringono intorno ad un padre comune, al Re Carnevale.

Si assiste divertiti a quella scena indescrivibile che rappresenta un momento di gioia sfrenata dei Gallipolini, si ride e si scherza abbandonandosi all’impulso che viene dal profondo dell’anima e che è l’espressione della giovinezza; a un tratto un pensiero turbina nella mente e vengono alla mente i versi letti nei libri di scuola rimasti impressi nella mente:
Quando, lettrice mia, quando vedrai,
impazzir per le strade il Carnevale,
oh! non scordarti, non scordarti mai,
che vi son dei morenti all’ospedale.

E’ la vita di ogni giorno che quei versi ricordano; è la solita storia dell’umanità afflitta da tanti dolori, travagliata dalle quotidiane vicende e dalle molte angustie.

Ma una maschera passa, e con un colpetto sul viso, richiama alla realtà o, meglio, alla irrealtà nella quale volontariamente si vive sia pure per qualche ora. E allora si torna con quella a scherzare; ci si impegna in una dura battaglia a coriandoli dimentichi di tutto, nel desiderio di vincere e di conoscere la rivale che a un tratto si allontana mentre la manciata di coriandoli a lei diretta investe un passante che non si conosce ma che, colpito, risponde divertito accettando la sfida che gli è stata inavvertitamente lanciata.

Non si ha più il tempo di pensare alle sofferenze proprie e dei propri simili e ci si abbandona al piacere e al divertimento perché…
… è bella giovinezza
che si fugge tuttavia
chi vuol esser lieto sia,
del doman non v’è certezza.

Carnevale5 Carnevale

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