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Carnevale di Gallipoli

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(12 Febbraio 1957)

Non sono mai stato, nel periodo di Carnevale, lontano dalla mia cittadina, nonostante che sempre abbia avuto il desiderio di assistere a una sfilata di maschere in quelle località come Viareggio, Fano, Putignano che hanno ormai conseguito fama in campo nazionale. Penso, comunque, che forse una certa impressione desterebbero in me, turista, soltanto i carri allegorici costruiti con vera arte e maestria dagli artisti di quei paesi, impressione che, del resto, sarebbe la stessa se un forestiero di una qualsiasi città, anche di quelle che per la sontuosità del loro Carnevale sono destinate a passare alla storia, si trovasse per caso a Gallipoli.

Anche se la loro situazione economica non è delle più lusinghiere, pur attanagliati spesso dalle robuste chele della miseria a causa della disoccupazione, i Gallipolini amano divertirsi proprio per quella naturale tendenza degli italiani e, principalmente, dei meridionali, per la quale le sofferenze vengono attenuate e lenite e si riesce a presentarsi sereni e spensierati (grandi attori sul palcoscenico del mondo) anche quando si soffre.

Sembra un paradosso, ma questa in effetti è la realtà.
E’ però rassegnazione quella dei Gallipolini , non incoscienza; è mera reazione alla sofferenza, e tanto più si cerca di distrarsi quanto più sono impellenti le necessità quotidiane.

Questo è uno dei caratteri peculiari dei Gallipolini; colgono tutte le occasioni per fare dello spirito, per mettere in mostra le loro trovate intelligenti e bizzarre al tempo stesso; e in quale periodo dell’anno si è più propensi e maggiormente favoriti per fare ciò se non che in quei mesi in cui , come dicevano i latini, licet insanire?

E’ il giorno in cui si festeggia S. Antonio Abate: esso segna l’inizio del nuovo periodo, nuovo perché completamente diverso da quello precedente invernale; si è, è vero, nel pieno della stagione fredda, ma il 17 gennaio, a Gallipoli, si dà il simbolico saluto alla stagione che obbliga a restare chiusi in casa e, per fare ciò, si accendono immensi falò quasi si volesse intiepidire, con quelle alte lingue di fuoco che si innalzano sino al cielo, l’aria fredda dell’inverno.

Le focareddre, così si chiamano quei fuochi, aprono il Carnevale ufficialmente e intorno a quelle enormi cataste di rami di ulivo a tutti i crocicchi delle vie cittadine, quasi volessero propiziarsi ipotetiche divinità del “Bene�, i Gallipolini intrecciano frenetiche e indiavolate danze al ritmico suono dei tamburelli.

Non sono solo ragazzi quelli che danzano e ballano quella sera, ma donne che non sono sicure se, il giorno dopo, potranno recarsi al mercato a comprare da mangiare, sono anziani pescatori che, a notte inoltrata, dovranno recarsi a molte miglia da Gallipoli, spingendo a forza di braccia la barca sulle infide e perigliose acque del mare. Non è pazzia quella loro, è desiderio di estraniarsi dal mondo, sia pure per brevissimo tempo, è quasi una necessità dello spirito che ha bisogno di un po’ di godimento, di un attimo di spensieratezza.

E piace assistere a quello spettacolo: si prova una certa soddisfazione nel vedere quella gente, abituata ai lavori più duri, alle fatiche più pesanti, alle sofferenze più acute, che si trasforma improvvisamente, che mette da parte il proprio carattere e il proprio temperamento, che diventa piccola piccola, quasi non sentisse più il peso degli anni.
Ma sarebbe poca cosa se il Carnevale di Gallipoli fosse solo questo: tutte
le sere la città vecchia ospita centinaia di maschere le quali sfilano tra nubi di coriandoli e sotto il lancio di confetti, “li candallini�.

E’ questo un modo come un altro per divertirsi; su una manciata di confetti ecco piombare come bolidi tanti bambini, quelli che, tutte le sere, fanno a gara per occupare posizioni strategiche nei punti in cui i lanci sono più frequenti e da dove meglio e prima si può intervenire nella mischia.

Intanto le mascherine vanno su e giù interrompendo il loro composto e flessuoso procedere ora per insultare un amico ora per imbiancare con il talco una ragazza con la quale si cerca di fare amicizia. Con la maschera tante cose si possono fare di quelle che, senza, sembrerebbero impossibili; si può celare ogni titubanza, si diventare più arguti nello spirito, si può nascondere il naturale e spontaneo rossore che pervade il viso nel pronunziare una qualche parolina all’orecchio di una ragazza.

Godono così le maschere; in tal modo si divertono gli spettatori che contraccambiano, scherzando, gli insulti: sembra che tutti diventino fratelli che, compatti, animati dagli stessi propositi, si stringono intorno ad un padre comune, al Re Carnevale.

Si assiste divertiti a quella scena indescrivibile che rappresenta un momento di gioia sfrenata dei Gallipolini, si ride e si scherza abbandonandosi all’impulso che viene dal profondo dell’anima e che è l’espressione della giovinezza; a un tratto un pensiero turbina nella mente e vengono alla mente i versi letti nei libri di scuola rimasti impressi nella mente:
Quando, lettrice mia, quando vedrai,
impazzir per le strade il Carnevale,
oh! non scordarti, non scordarti mai,
che vi son dei morenti all’ospedale.

E’ la vita di ogni giorno che quei versi ricordano; è la solita storia dell’umanità afflitta da tanti dolori, travagliata dalle quotidiane vicende e dalle molte angustie.

Ma una maschera passa, e con un colpetto sul viso, richiama alla realtà o, meglio, alla irrealtà nella quale volontariamente si vive sia pure per qualche ora. E allora si torna con quella a scherzare; ci si impegna in una dura battaglia a coriandoli dimentichi di tutto, nel desiderio di vincere e di conoscere la rivale che a un tratto si allontana mentre la manciata di coriandoli a lei diretta investe un passante che non si conosce ma che, colpito, risponde divertito accettando la sfida che gli è stata inavvertitamente lanciata.

Non si ha più il tempo di pensare alle sofferenze proprie e dei propri simili e ci si abbandona al piacere e al divertimento perché…
… è bella giovinezza
che si fugge tuttavia
chi vuol esser lieto sia,
del doman non v’è certezza.

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