Bed And Breakfast in Puglia G2P sindicaci;ón

Bed and Breakfast in Puglia

Prenotazione online di B&B in Puglia

Archive for Viaggi nel Salento (Come eravamo)

Impressioni di un viaggio nel Meraviglioso Salento:
Da Otranto a Santa Cesarea e Castro fino al Capo di Leuca; Da Gallipoli alla “riviera neretina� la penisola Salentina svela le sue gemme incomparabili.

Porto_Leuca

(Il Popolo del Salento nr.36 del 23 dicembre 1957)

L’estremo lembo d’Italia, il territorio che costituisce il “tallone� ed il “piede� dello “stivale�, si adagia nel Mediterraneo, quasi volesse concedersi un po’ di meritato riposo affranto e spossato dal continuo ed incessante travaglio del Nord industriale, e lo divide in tre mari con due caratteristiche Penisole, la Puglia e la Calabria, entrambe bellissime nonostante la loro natura che le rende sostanzialmente diverse l’una dall’altra.

La Calabria, prevalentemente selvosa, si lancia infatti tutta viva di forme nel gioco sinuoso del Tirreno e dello Jonio, come se volesse congiungersi, in un estremo sforzo disperato, alla Sicilia. Mentre la Puglia, di aspetto uniforme ed avulsa dal sistema appenninico, è tutta a pianura e terrazze; terra sacra a Cerere, a Pallade, a Dioniso, è splendida per le sue naturali bellezze, ricca di cattedrali maestose, di castelli possenti, di Chiese e di opere d’arte, vanto dell’ Italia tutta.

Fra le due penisole, per distinguerle ed avvalorarle ancora più nella cornice di uno Jonio azzurrissimo ed incantevole, si apre il Golfo di Taranto circondato da Leuca ridente col suo candido faro, dalla bianca Gallipoli visione orientale “balcone de’ le fate�, dalla molle Taranto adagiata tra i suoi due mari, dalla tragica Metaponto, da Crotone suonante di gloria e opere.

Bella è la Calabria le cui montagne della Sila si stagliano possenti nel cielo, simbolo di potenza e di austerità, che si infiltrano simili a serpeggianti fiumi sotterranei nell’animo dei suoi abitanti; magnifica è la Puglia con la sua vegetazione, le sue naturali caratteristiche, i suoi monumenti; bello soprattutto è il Salento, meta di turisti italiani e stranieri, pinacoteca nella quale si racchiudono migliaia di tele di artisti famosi, luogo in cui l’architettura si erge maestosa a testimonianza di un’era di gloria a simbolo di una spiccata civiltà acquisita nel tempo.

Un pullman percorre a modesta andatura la via che da Brindisi porta a Lecce capitale del Salento: nonostante il traffico intenso, il via vai delle automobili incessante che dà l’idea della città per eccellenza adattata ai tempi moderni sembra che, quivi, ogni cosa si sia arrestata a due secoli or sono.

Santa Croce, piena di slancio, armoniosa, luminosa, serena come una Chiesa brunelleschiana, è una dei migliori esempi dell’elegante barocco leccese, dall’organismo architettonico semplice e puro, rivestito da una ornamentazione fastosa ma di buon gusto che, insieme al Palazzo del Governo, a pochi metri di distanza, mostra la vasta possibilità decorativa della pietra leccese, un calcare omogeneo di un bel colore giallo caldo, tenerissimo alla lavorazione. Di grande interesse, per gli amanti dell’arte, è il “Puteale�, anche questo barocco, nel cortile della Chiesa dei Santi Nicolò e Cataldo, in Piazza del Duomo stupenda e scenografica con i suoi edifici rinascimentali e barocchi il Campanile alto settanta metri il Duomo il Palazzo Vescovile e il Palazzo del Seminario; il tutto a formare un mirabile complesso armonico.

E tante altre cose, a Lecce, vi sono: l’ Anfiteatro Romano capace di contenere ben venticinquemila spettatori, le Porte monumentali, gli Obelischi , le numerose Chiese che costituiscono quasi un merletto, una trina lussuosa e lavorata alla perfezione che contorna tutta la città come per rendere ancora più smagliante il vestito che si adagia sul corpo flessuoso di una ragazza dalla bellezza quasi celestiale.

Abbandoniamo Lecce da Porta San Biagio e, dopo poche chilometri, eccoci a Cavallino e, di qua, a Lizzanello attraverso una sequela di uliveti e di vigneti rigogliosi che si piegano sotto il peso di grappoli d’uva grossissimi: al magico tocco dell’ultimo sole estivo, le speciali uve salentine si trasformeranno in un ottimo e gustoso vino traditore che allieterà le mense di tutti, poveri e ricchi, accomunandoli in un unico desiderio, quello di vuotare d’un sorso e tutto d’un fiato, il calice contenente nettare tanto gustoso.

E poi il torpedone continua la sua corsa passando per Martano, Carpignano Salentino ricco di arte bizantina con la Cripta di Santa Cristina e con gli affreschi del X° e XI° secolo, ed ecco la meravigliosa bellezza dei Laghi di Alimini con le Fontanelle e, quindi Otranto. Qui la Cattedrale costruita nel 1080 costituisce il più importante monumento della città nella quale 800 martiri si immolarono per la Patria e per la Religione.

“Nel 1480 vivevo tranquilla e dimenticata quando, sull’alba del 28 luglio, mi vidi circondata da navigli e da schiere ottomane�dice l’epigrafe murata nell’interno della Chiesa di San Francesco, sul Colle della Minerva e più in là, quasi a chiusura di un capitolo di storia scritta a lettere di fuoco per i posteri, essa termina, monumento imperituro del popolo Otrantino, con parole caldissime sulle quali, a distanza di tanti secoli, sembra ancora scorrere il sangue dei morti per vivificare quel calore e rinnovare, quale ferro che si tempra nel fuoco, il coraggio di ieri nelle coscienze di oggi: “…sui cadaveri dei 12.000 figli miei , mantenuto il giuramento caddi: Caddi, ma due giorni dopo mi bastò il cuore di confortare su questo colle altri 800 figli miei egri o feriti, superstiti alla guerra ed alla strage. Dopo tredici altri mesi Iddio mi liberò dal nemico�.

Fiduciosa nel coraggio dei suoi uomini Otranto resistette alla barbarie di altri uomini e, a un certo momento, fu costretta alla resa; ma su tutto prevalsero le forze del Signore che consacrarono nei secoli i figli della città che per Lui si era battuta contro i Suoi nemici.

Una visita rapida a Porto Badisco, lo scoglio cui si dice abbia approdato Enea e, quindi, si procede per Santa Cesarea Terme con le sue sorgenti idroterapiche le quali sboccano nella Grotta della Gattulla, della Fetida, della Solfatara e nella grotta Grande mentre più in là gli alberghi offrono al forestiero una ospitalità degna delle più grandi stazioni di cura.

Proseguendo nel viaggio, spingendosi ancora più a sud per addentrarsi sempre più lungo la litoranea, non si può fare a meno di fermarsi a Castro per ammirare prima, nella parte Superiore, le importanti vestigia di un’antica civiltà e, poi, in quella Marina, il caratteristico porticciolo peschereccio nel quale le barche si annidano una appresso all’altra e, con esse, una ben nutrita colonia di bagnanti che immerge le proprie membra nel mare trasparente. Non può mancare la visita alla Grotta della Zinzulusa.

Santa Maria di Leuca, con la sua Vergine miracolosa di Finibus Terrae adorando la quale si dice ottenere il passaporto per il Paradiso, con le sue tradizioni; la sua posizione sul mare rappresenta il punto in cui si pongono i confini naturali d’Italia, dove si incontrano, segnando una caratteristica cresta, l’Adriatico e lo Jonio.

Si può continuare la litoranea che porta a Gallipoli attraverso scogliere a strapiombo e spiagge gremite di bagnanti particolarmente provenienti dall’entroterra, da Tricase, Ugento, Alliste, Racale, Taviano.

Ma preferiamo risalire ancora verso Lecce; ecco Alessano, Lucugnano, il paese famoso in cui nacque e visse Papa Caliazzu il principe della barzelletta salentina, Nociglia, Scorrano, Maglie sviluppato centro industriale dove il lavoro del merletto e i ricami a punta d’ago sono quanto di più bello e di più prezioso possa vedersi attualmente nel campo della lavorazione a mano.

Si attraversa nuovamente la Firenze delle Puglie vedendo sempre cose nuove che, nella fretta di partire erano sfuggite all’occhio pur attento dell’osservatore e, lungo la statale 101 e attraverso un continuo susseguirsi di rigogliose campagne tirate su con i sacrifici enormi e gli stenti dei contadini, si passa per Galatone, patria del Galateo. Da qui o ripiegando a destra, attraverso la Riviera Neretina con Porto Selvaggio, Le Cenate, Nardò, Santa Caterina, Santa Maria al Bagno, La Montagna Spaccata, Le Quattro Colonne, Cannole, Il Lido delle Conchiglie, oppure proseguendo in linea retta, si giunge a Gallipoli, la Japigia delle Puglie, che, già dalla Serra, si presenta in tutta la sua sfolgorante bellezza sottoponendo all’occhio avido del turista, un panorama dei più suggestivi.

Il nucleo più antico di questa perla orientale incastonata in un diadema azzurro che sprizza i suoi raggi tutto intorno dal candido petto di una divina bellezza, è su un isolotto calcareo congiunto da un Ponte alla terraferma sulla quale sorge il Borgo moderno.In essa, oltre alle naturali bellezze avvalorate ancor più dal modo di vita e dal carattere dei suoi abitatori dediti alla pesca in primo luogo, può ammirarsi un numero rilevante di opere d’arte antica, testimonianza delle origini greche della cittadina jonica , tantissime tele dipinte prevalentemente da artisti locali le quali, messe insieme terrebbero rivolto verso di esse per lungo tempo il volto attento del visitatore.

La Cattedrale, nobile Chiesta del Genovino, ha una sontuosa facciata barocca e un interno a croce latina decorato come una vera pinacoteca; la Fontana Antica, gioiello della architettura ellenica all’inizio del Ponte, con i suoi tre bassorilievi immortala nella pietra le metamorfosi di Dirce Salace e Biblide, tre celebri donne del paganesimo trasformate in altrettante fonti dagli Dei; il Castello Angioino, posto all’ingresso della città medioevale, resiste al tempo e al mare con sorprendente potenza; tante Chiese, qua e là disseminate per tutta la cittadina, innalzano verso il cielo i loro campanili le cui cime, sopraelevandosi dal normale livello delle case quasi tutte a due piani, sembra siano il principale anello di congiunzione della solidissima catena che lega di un vincolo indissolubile sacro e profano, termini antitetici in un senso, ma tanto interdipendenti nella vita pratica. E non soltanto per questo è famosa Gallipoli: il suo Carnevale ha ormai acquistato risonanza al di là dei confini della Provincia e, ogni anno, la sfilata dei carri allegorici si allarga sempre di più in una vera e propria competizione cui partecipano artisti di tutta la provincia.

Ed il pullman che ci ha accompagnati in un viaggio che rasenta il fantasmagorico, alle prime luci dell’alba pian piano si riempie di passeggeri, poi il rombo del motore si fa sentire stridente ed ecco che si parte per iniziare il viaggio di ritorno. Il giorno di festa è passato rapido, quasi volando sulle velocissime ali del tempo e, domani, ognuno dovrà ritornare al suo quotidiano lavoro; si è già alla Serra, si divorano le ultime rampe e, volgendo indietro lo sguardo, si cerca nel ricordo rivolgendo a Gallipoli e al Salento un sincero arrivederci.

Silvano Piccolo

Carnevale di Gallipoli

Carnevale3 Carnevale1 Carnevale2

(12 Febbraio 1957)

Non sono mai stato, nel periodo di Carnevale, lontano dalla mia cittadina, nonostante che sempre abbia avuto il desiderio di assistere a una sfilata di maschere in quelle località come Viareggio, Fano, Putignano che hanno ormai conseguito fama in campo nazionale. Penso, comunque, che forse una certa impressione desterebbero in me, turista, soltanto i carri allegorici costruiti con vera arte e maestria dagli artisti di quei paesi, impressione che, del resto, sarebbe la stessa se un forestiero di una qualsiasi città, anche di quelle che per la sontuosità del loro Carnevale sono destinate a passare alla storia, si trovasse per caso a Gallipoli.

Anche se la loro situazione economica non è delle più lusinghiere, pur attanagliati spesso dalle robuste chele della miseria a causa della disoccupazione, i Gallipolini amano divertirsi proprio per quella naturale tendenza degli italiani e, principalmente, dei meridionali, per la quale le sofferenze vengono attenuate e lenite e si riesce a presentarsi sereni e spensierati (grandi attori sul palcoscenico del mondo) anche quando si soffre.

Sembra un paradosso, ma questa in effetti è la realtà.
E’ però rassegnazione quella dei Gallipolini , non incoscienza; è mera reazione alla sofferenza, e tanto più si cerca di distrarsi quanto più sono impellenti le necessità quotidiane.

Questo è uno dei caratteri peculiari dei Gallipolini; colgono tutte le occasioni per fare dello spirito, per mettere in mostra le loro trovate intelligenti e bizzarre al tempo stesso; e in quale periodo dell’anno si è più propensi e maggiormente favoriti per fare ciò se non che in quei mesi in cui , come dicevano i latini, licet insanire?

E’ il giorno in cui si festeggia S. Antonio Abate: esso segna l’inizio del nuovo periodo, nuovo perché completamente diverso da quello precedente invernale; si è, è vero, nel pieno della stagione fredda, ma il 17 gennaio, a Gallipoli, si dà il simbolico saluto alla stagione che obbliga a restare chiusi in casa e, per fare ciò, si accendono immensi falò quasi si volesse intiepidire, con quelle alte lingue di fuoco che si innalzano sino al cielo, l’aria fredda dell’inverno.

Le focareddre, così si chiamano quei fuochi, aprono il Carnevale ufficialmente e intorno a quelle enormi cataste di rami di ulivo a tutti i crocicchi delle vie cittadine, quasi volessero propiziarsi ipotetiche divinità del “Bene�, i Gallipolini intrecciano frenetiche e indiavolate danze al ritmico suono dei tamburelli.

Non sono solo ragazzi quelli che danzano e ballano quella sera, ma donne che non sono sicure se, il giorno dopo, potranno recarsi al mercato a comprare da mangiare, sono anziani pescatori che, a notte inoltrata, dovranno recarsi a molte miglia da Gallipoli, spingendo a forza di braccia la barca sulle infide e perigliose acque del mare. Non è pazzia quella loro, è desiderio di estraniarsi dal mondo, sia pure per brevissimo tempo, è quasi una necessità dello spirito che ha bisogno di un po’ di godimento, di un attimo di spensieratezza.

E piace assistere a quello spettacolo: si prova una certa soddisfazione nel vedere quella gente, abituata ai lavori più duri, alle fatiche più pesanti, alle sofferenze più acute, che si trasforma improvvisamente, che mette da parte il proprio carattere e il proprio temperamento, che diventa piccola piccola, quasi non sentisse più il peso degli anni.
Ma sarebbe poca cosa se il Carnevale di Gallipoli fosse solo questo: tutte
le sere la città vecchia ospita centinaia di maschere le quali sfilano tra nubi di coriandoli e sotto il lancio di confetti, “li candallini�.

E’ questo un modo come un altro per divertirsi; su una manciata di confetti ecco piombare come bolidi tanti bambini, quelli che, tutte le sere, fanno a gara per occupare posizioni strategiche nei punti in cui i lanci sono più frequenti e da dove meglio e prima si può intervenire nella mischia.

Intanto le mascherine vanno su e giù interrompendo il loro composto e flessuoso procedere ora per insultare un amico ora per imbiancare con il talco una ragazza con la quale si cerca di fare amicizia. Con la maschera tante cose si possono fare di quelle che, senza, sembrerebbero impossibili; si può celare ogni titubanza, si diventare più arguti nello spirito, si può nascondere il naturale e spontaneo rossore che pervade il viso nel pronunziare una qualche parolina all’orecchio di una ragazza.

Godono così le maschere; in tal modo si divertono gli spettatori che contraccambiano, scherzando, gli insulti: sembra che tutti diventino fratelli che, compatti, animati dagli stessi propositi, si stringono intorno ad un padre comune, al Re Carnevale.

Si assiste divertiti a quella scena indescrivibile che rappresenta un momento di gioia sfrenata dei Gallipolini, si ride e si scherza abbandonandosi all’impulso che viene dal profondo dell’anima e che è l’espressione della giovinezza; a un tratto un pensiero turbina nella mente e vengono alla mente i versi letti nei libri di scuola rimasti impressi nella mente:
Quando, lettrice mia, quando vedrai,
impazzir per le strade il Carnevale,
oh! non scordarti, non scordarti mai,
che vi son dei morenti all’ospedale.

E’ la vita di ogni giorno che quei versi ricordano; è la solita storia dell’umanità afflitta da tanti dolori, travagliata dalle quotidiane vicende e dalle molte angustie.

Ma una maschera passa, e con un colpetto sul viso, richiama alla realtà o, meglio, alla irrealtà nella quale volontariamente si vive sia pure per qualche ora. E allora si torna con quella a scherzare; ci si impegna in una dura battaglia a coriandoli dimentichi di tutto, nel desiderio di vincere e di conoscere la rivale che a un tratto si allontana mentre la manciata di coriandoli a lei diretta investe un passante che non si conosce ma che, colpito, risponde divertito accettando la sfida che gli è stata inavvertitamente lanciata.

Non si ha più il tempo di pensare alle sofferenze proprie e dei propri simili e ci si abbandona al piacere e al divertimento perché…
… è bella giovinezza
che si fugge tuttavia
chi vuol esser lieto sia,
del doman non v’è certezza.

Carnevale5 Carnevale

Il Lido San Giovanni di Gallipoli: elegante stabilimento e rinomato dancing del Salento.

Lido_San_Giovanni_1956 Lido_San_Giovanni_56

Partecipazione premio giornalistico delle Celebrazioni Salentine
(25 luglio 1957)

Il dinamismo e la lungimiranza sono l’anima della vita moderna, doti queste delle quali non mancano sicuramente il Comm. Otello Torsello e il Rag. Samuele Coluccia, ideatore e costruttore, il primo, direttore, l’altro di un magnifico stabilimento balneare sorto a Gallipoli.

Il Lido San Giovanni di Gallipoli, infatti, da una normale spiaggia sulla litoranea che porta a Santa Maria di Leuca, si è trasformato in un ritrovo mondano che, via via, acquista fama sempre più grande, ponendosi così su di un piano di primaria importanza al fianco dei migliori e più attrezzati stabilimenti balneari italiani.

La storia del Lido San Giovanni non è di molto differente da quella delle altre spiagge disseminate in numero rilevante, qua e là, per tutta la penisola; la sconfinata distesa di sabbia, sottile e candida, simile a un bianco mantello sulla spalle di una bellissima dama, costeggiante per parecchi chilometri il mare dalla parte di scirocco, necessariamente doveva richiamare l’attenzione di un impresario locale il quale tanti anni addietro ha costruito sull’arenile le prime “cabine “ in legno, smontabili al termine della stagione estiva.

La cittadina Jonica, la Japigia delle Puglie, immortalata dai poeti e dagli storici locali, non contava, a quel tempo, più di 10.000 abitanti e una volta impostasi nella numerosa sfilata delle città italiane partecipanti a un fantastico e fantasmagorico concorso di bellezza classificandosi nelle primissime posizioni, doveva necessariamente rimodernare i suoi impianti balneari rendendoli il più possibile comodi al turista e al forestiero che, per bagnare e ristorare le proprie membra , si sarebbe spinto sino alle estreme spiagge d’Italia.

L’iniziativa fu presa da Comm. Otello Torsello il quale, con una abilità sorprendente e degna di essere tenuta nella più grande considerazione, creò quel magnifico complesso balneare, il migliore della Provincia e forse anche di tutta la Puglia, dotata di un impianto il più moderno e reso ancor più piacevole e attrattivo, oltre che dall’eleganza e dalla bellezza della costruzione, anche dall’incomparabile scenario che offre: Gallipoli come sfondo e mare e cielo come cornice.

L’intonazione delle tinte con le quali sono colorate le tre rotonde e le cabine che si presentano su due piani sovrapposti come due filari di candidi denti l’uno sull’altro sovrapposto in una bocca stupenda, rendono l’ambiente tutt’altro che monotono: il bagnante non riesce a distinguere se un po’ di mare o di cielo si è sostituito alle pareti o se siano i riflessi del sole calante a rendere color porpora alcune colonnine di sostegno o le ringhiere di protezione.

E quella miriade di tinte dei costumi da bagno e degli ombrelloni, sulla spiaggia, sembra sia stata rapita da Iride l’ultima volta che si affacciò al balcone del cielo per annunciare che la pioggia era passata e l’estate era ormai alle porte.

Sarebbe però poca cosa se il Lido San Giovanni di Gallipoli si riducesse soltanto a uno stabilimento balneare; a sera, quando i più sfegatati amici del mare aprono per l’ultima volta i rubinetti delle docce, dopo solo qualche attimo di silenzio durante il quale tutto sembra volersi concedere un briciolo di riposo, le note melodiose di una orchestra rompono il silenzio, assiduo accompagnatore delle tenebre, per annunziare che al Lido comincia una nuova vita, quella che la élite del Salento conosce ormai alla perfezione.

Sulla sontuosa rotonda, meta preferita di eleganti signore, di ragazze nei più smaglianti abiti da sera, di giovanotti incravattati, si danno convegno per il week end, stelle rifulgenti nel firmamento della cinematografia contemporanea, astri di rara luminosità nel magnifico cielo della canzone italiana, quanto di meglio insomma si possa avere nel vertiginoso turbinio di questi tempi moderni.

Non si può, in simili situazioni rimanere sordi al richiamo del sabato sera, lanciato con puntualità e precisione dagli organizzatori, sia che si debba andare ad ammirare la grazia e la bellezza di Leda Roffi, prima ballerina del Teatro dell’Opera di Roma, o lo strabiliante movimento delle dita di Rino Salviati che pizzicano le corde della fantastica chitarra, oppure l’espressione tutta particolare del volto massiccio e allungato di Alberto Sorrentino, il comico che riesce nella sua serietà equivoca a fare ridere a crepapelle.

E’ perciò naturale che il fior fiore del Salento scelga il Lido San Giovanni di Gallipoli per divertirsi e danzare sino alle prime luci dell’alba, quando il sole si fa annunziare dalla sua meravigliosa cameriera, l’Aurora, ricoperta da un abito di magnifici colori; è quindi cosa naturale che il Lido abbia un numero considerevole di oficianados invidiato e desiderato dagli altri ritrovi che, per forza di cose, sono sorti nel contempo numerosi in quasi tutte le spiagge salentine. Ognuno di essi ha una nota particolare, in ognuno di essi si balla e ci si abbandona alle melodiose note di una orchestra più o meno moderna, in ognuno di questi si presentano numeri di eccezione di una certa importanza, ma il Lido San Giovanni di Gallipoli, come dicono gli ospiti francesi, c’est un’outre chose; vanta un ambiente sceltissimo, una rotonda con pista da ballo modernissime e della massima capienza e bellezza sotto tutti gli aspetti e, poi… ha Gallipoli, la “bianca Gallipoli balcone de’ le fate� come sfondo; e, forse, proprio qui sta il suo segreto.

Silvano Piccolo

Cannole: un villaggio di pescatori assurto al rango di centro turistico.

Montagna_Spaccata Montagna_spaccata_a

(Il Corriere del Giorno, 1957)

Rocce massicce che si stagliano nel cielo limpido e terso, boschi ancora giovani e sempreverdi, sabbia vellutata e bianchissima, mare di un azzurro incomparabile che con il cielo in un tutt’uno si fonde all’orizzonte, una pista da ballo di non grandi dimensioni ma stilisticamente impeccabile, da un lato la Montagna Spaccata dall’ altro Gallipoli in tutta la sua meravigliosa bellezza. Questo in sintesi è il Lido Conchiglie, questo il dancing più piccolo e non per questo meno interessante dell’estremo lembo salentino.

Proprietario ideatore costruttore e gestore il Sig. Giuseppe Monteduro (Mesciu Peppe), un esperto in materia di costruzioni, un appassionato delle opere che portano la sua firma, un “modesto� che continua sempre il suo mestiere di imprenditore edile e al tempo stesso di operaio, che recentemente è stato insignito dell’ ambito titolo di Cavaliere del Lavoro.

Cannole è sorto ad opera di alcuni pescatori che, sulla litoranea che congiunge Gallipoli a Santa Maria al Bagno hanno costruito le loro casette in modo da vivere più vicini al proprio posto di lavoro, sino a qualche anno addietro addirittura sconosciuto o quasi.

Ma chi ama la calma la tranquillità la pace, chi vuole estraniarsi dal mondo civile per disintossicarsi dalla turbolenta vita della città, chi ha in uggia i rumori, non può trovare posto migliore o più incantevole per costruirsi la villetta lì dove, all’imbrunire, all’angolo delle strade, si accendono ancora i lampioni a petrolio quasi a sfidare il progresso, questo mostro dai mille tentacoli che, nel breve volgere di due o tre anni, ha vinto la sua battaglia quando Mesciu Peppe si è posto alla guida del manipolo di uomini che ha annientato il “vecchio�in una cruenta lotta per cui “il nuovo� è prevalso in una vasta opera civilizzatrice fornendo alla sua proprietà, prima, e a qualche casa, poi, la luce con la installazione di un gruppo elettrogeno.

Ora Cannole è meta turistica, è posto di villeggiatura, è luogo di divertimento sia durante il giorno quando le acque e la spiagge si popolano di bagnanti e diventano sfavillanti di mille colori, sia a sera quando dopo che le tenebre hanno avvolto tutto e tutti nel loro nero mantello bucato qua e là dai raggi di milioni di stelle, le note di una orchestra melodica invitano alla danza. E mentre ad essa ci si abbandona, trasportati nel regno arcano della fantasia, lo sfarzo di luci e di colori, la suggestività dell’ambiente, la brezzolina ristoratrice che pervade le membra, il profumino che emana dalla buona cucina casereccia dell’ annesso ristorante, il cadenzante muoversi delle onde che giocano l’ una con l’ altra a rimpiattino inseguendosi e scontrandosi come fanno i bambini, le musiche intonate più in là dalle cicale e dai grilli in gara tra loro e con gli strumenti degli orchestrali, tutto contribuisce a fare sì che ciascuno riesca ad estraniarsi da questo caotico mondo per vivere un attimo della propria travagliata vita di tutti i giorni in una atmosfera trascendentale, paradisiaca.

Non è il signorile Lido San Giovanni di Gallipoli, la Spiaggia delle Conchiglie, e neppure il dancing è quello esotico delle Quattro Colonne, ma costituisce, il Lido delle Conchiglie, un posticino delizioso nel quale è piacevole trascorrere il week end, per villeggiare nel quale non bisogna far calcoli o pensarci due volte e a dimostrazione di ciò sta il fatto che attualmente il numero delle villette aumenta in modo considerevole.

A Mesciu Peppe si deve tutto a Cannole; a lui si deve l’energia elettrica fornita da due gruppi elettrogeni di sua proprietà, opera sua è, in poche parole, la valorizzazione graduale, anche se lenta, di un villaggio quasi sperduto sulla litoranea Gallipoli – Santa Maria al Bagno, ma che Gallipoli e Santa Maria al Bagno, con tutta la loro notevole importanza, non sono riuscite ad oscurare.

Silvano Piccolo

« Articoli precedenti · Articoli successivi »