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Archive for Viaggi nel Salento (Come eravamo)
Gennaio 30, 2007 at 10:22 · Categoria: Viaggi nel Salento (Come eravamo)

Il villaggio di pescatori è ancora illuminato dai lampioni a petrolio.
(Il Secolo d’ Italia,7 luglio1957)
Alle volte la forza di volontà vale a sormontare qualsiasi ostacolo, a prima vista difficilmente scavalcabile, che intralcia il passo a chi cerca di progredire e di affermarsi nella vita; le non poche difficoltà costituite il più delle volte dalla carenza di mezzi economici molto spesso vengono superate con una certa sia pur relativa facilità quando ci si protende con tutte le forze alla conquista di un posto migliore nella società . E’ questa una legge naturale grazie alla quale si fa lavorare l’intelligenza, questo magnifico dono che Dio ha concesso agli uomini: la Ragione.
E un caso da prendere in considerazione, proprio per questo encomiabile desiderio di superamento della propria posizione e, quindi, di sé stesso, è quello del Sig. Giuseppe Monteduro (Mesciu Peppe), un modesto lavoratore che, sfruttando al meglio, con un intuito e una intelligenza degni di nota, un centinaio di metri di spiaggia in un posto veramente incantevole e suggestivo messogli a disposizione dalla provvida Natura, ha creato un ritrovo che mano a mano diventa sempre più frequentato avviandosi così decisamente verso la notorietà .
L’esodo dalla città verso il mare, nel periodo estivo, è stata la causa determinante che ha portato la vita in un luogo pressoché disabitato; al fianco delle poche case di pescatori sono sorti i moderni e comodissimi villini per le vacanze. E per gli utenti era necessaria, anzi indispensabile, una elegante spiaggia e, perché no, un mini “dancing� dove trascorrere la serata godendosi il fresco e al tempo stesso le melodiose note di una moderna orchestrina.
Il posto è quanto mai caratteristico; sito sulla litoranea che da Gallipoli porta a Santa Maria al Bagno e, attraverso Le Cenate, a Nardò e a Porto Selvaggio è conosciuta come Spiaggia delle Conchiglie in quel di Cannole. Il mare azzurro, di un caratteristico colore simile a un calice di cristallo per via dei riflessi che i raggi del sole procurano, diventa variopinto mano a mano che Febo inizia la sua parabola discendente, e le case multicolori si specchiano insieme alle adiacenti montagne sempre verdi che piacciono e non opprimono.
Da un lato, sullo sfondo, la ormai famosa Montagna Spaccata, nella quale si insinua la strada biancheggiante e tortuosa come un serpente che, inseguito, vuole infilarsi nella sua tana; dall’altro lato una ineguagliabile visione di Gallipoli completa la scena.
A rendere ancora più caratteristico l’insieme, a sera, contribuiscono i lampioni a petrolio, agli angoli delle vie, i quali non fanno affatto rimpiangere la mancanza di energia elettrica che, purtroppo, in piena era della atomica, si lesina come fosse la cosa più rara della quale non è assolutamente possibile usufruire.
Non è però questo un inconveniente degno di rilievo, poiché alle Conchiglie si è trasportati in un clima del tutto estraneo ai tempi correnti, si vola sulla fantasia dei ricordi nel periodo in cui non erano in uso jeans e magliette di spugna per gli uomini e le donne neppure osavano mostrare le caviglie.
E al Lido Conchiglie si può anche ballare a luce fioca o abbagliante, a seconda che il ballo lo richiede, poiché un apposito gruppo elettrogeno alimenta l’impianto della rotonda del bar del ristorante e dello spaccio di generi alimentari che, insieme alle cabine in cemento, costituiscono l’ottimo complesso diretto con vera maestria dallo stesso proprietario.
A molti ritrovi mondani nel Salento ecco che se ne aggiunge ancora un altro che, se non può competere quanto a fascino esotico con le Quattro Colonne e, per la bellezza e la sontuosità con il Lido San Giovanni, tuttavia ha le sue caratteristiche particolari che lo rendo diverso dagli altri stabilimenti, ma per questo non meno suggestivo.
Silvano Piccolo
Gennaio 22, 2007 at 17:27 · Categoria: Viaggi nel Salento (Come eravamo)
(15 Luglio 1957)
E’ innato, nell’animo dei Salentini, il desiderio di affermarsi il più possibile nella vita anche a costo di immensi sacrifici, pur nella coscienziosa certezza che aspra è difficile è la via da percorrere.
Nonostante i molti ed enormi ostacoli che si sono loro parati dinanzi, non pochi sono coloro che sono riusciti a ottenere una lusinghiera affermazione in particolare nel campo dell’arte e della cultura, in questo nostro Meridione.
Nella miseria e nelle sofferenze, i figli di Terra d’Otranto hanno sempre trovato la forza di superare sé stessi nonostante che, alle volte, il loro lavoro non ha ottenuto la meritata ricompensa, ma che tuttavia è valso a rendere sempre più attraente e non privo di fascino questo estremo lembo della Penisola.
Attrazione e fascino, infatti, producono in gran copia quei centri in cui viene lavorata l’argilla, primo fra tutti Cutrofiano, in provincia di Lecce.
Un paesino di pochi abitanti nel quale la cosa più importante è la piccola piazza centrale, con un paio di chioschi distributori di benzina , ravvivata, nella sua monotonia, da una ventina di alberelli ancora teneri; un agglomerato di case nelle quali vivono non più di cinquemila anime; un paesino di campagna che neppure ha la stazione ferroviaria anzi la ha, unica fermata, insieme ad Aradeo Seclì e Neviano, tre altri piccoli paesi dell’entroterra salentino: questo è Cutrofiano.
Eppure molto fiorente è, in esso, una industria che lo rende interessante, quella della terracotta, arte mirabilmente ereditata dai greci i quali in tempi molto antichi abitarono le nostre terre, ma che mano a mano si è adattata alle esigenze dei tempi moderni. E se si desidera portare a casa un vaso identico, o quasi, a quelli che restano nei musei quale testimonianza della illustre progenie, se si vuole un’anfora che riproduce perfettamente quelle antiche, è sufficiente farla vedere agli artigiani locali e, in meno di mezz’ora, sono in grado di crearla sotto i tuoi occhi colmi di meraviglia.
E’ un grande piacere visitare uno dei tanti minicantieri ed assistere alla esecuzione di un lavoro il cui disegno e la cui forma è stata scelta dalle pagine di un libro di arte greca; un pittore, poi, avrebbe completato, col suo pennello e i suoi colori ocra e nero, quanto ci si è proposto di realizzare.
Persona incompetente non riesce subito a rendersi conto di come facessero, questi bravi artigiani, a plasmare i loro modelli, a dare questa o quell’altra forma a un pezzo di argilla lì, in un angolo, duro, amorfo, senza vita.
Un rudimentale forno di pietra, una montagna gialla che si sgretola e si sfalda a solo toccarla, una serie di sfere di acciaio innestate a due a due su un unico asse girevole: è tutto quanto si sottopone alla attenzione in quel modesto locale. Abbastanza squallido come ambiente se quel laboratorio, d’un tratto, non viene illuminato con la crepitante fiamma delle fascine che bruciano nel forno.
Il maestro si accomoda su una sporgenza del muro appositamente creata nei pressi dei dischi rotanti, una gamba sull’altra, con la sinistra che fa da sostegno dà col piede destro dei colpi ritmati alla sfera più bassa; sulla sfera superiore un pezzo di argilla viene reso malleabile con abbondanti spruzzi d’acqua. E’ solo questione di pochi minuti: una mano pratica d’artista costringe la creta ad acquistare la forma di un cilindro che viene successivamente strozzato nella parte più alta; con le dita si svuota all’interno mentre il disco ruota sotto la spinta del piede; qualche altro colpetto per il perfezionamento e il forno nel quale quel modello di argilla dovrà essere cotto, completa l’opera da consegnare al pittore.
Si rimane estasiati di fronte a tanta abilità di quelle mani che agiscono con semplicità e soltanto una risatina di chi ha eseguito il lavoro con tanta maestria, insieme ai commenti del pittore distolgono dal pensare alla bravura, purtroppo non apprezzata nelle dovute dimensioni, di quel creatore di modelli che, a tanti anni di distanza, riesce ancora a mantenere viva quell’arte che, da padre in figlio, di generazione in generazione,si è tramandata dal tempo remoto in cui la civiltà dei greci rifulgeva in tutto il suo splendore.
Silvano Piccolo
Gennaio 14, 2007 at 18:21 · Categoria: Viaggi nel Salento (Come eravamo)
(Giugno 1957)
Il sole estivo, questo meraviglioso sole meridionale che risplende in tutta la sua bellezza, che ammalia coi suoi raggi infuocati rendendo ancora più affascinanti i pingui vigneti, gli argentati e sempreverdi uliveti e l’incomparabile azzurro dello Jonio, che procura un dolce tepore, la sera, in questa estate che affascina e seduce, accomunando nella tendenza a un unico fine i turisti di tutta Europa, questo nostro sole estivo richiama nel Salento un considerevole numero di stranieri.
Le strade sono quotidianamente percorse da auto di diverse nazionalità , i motori rombano incessantemente lungo le vie che conducono al mare, le spiagge sono gremite per il continuo afflusso di forestieri, mentre lingue diverse si parlano in comitive diverse facendo sì che si propaghi nell’aria una dolce musica, una melodia composta dal più sentimentale degli artisti, quasi un ringraziamento a questa nostra bella Italia, a questo nostro Salento sempre poco valorizzato in proporzione alle bellezze che possiede.
La riviera neretina offre uno spettacolo indimenticabile a quanti si avventurano sulla strada che da Gallipoli, costeggiando il mare, porta a Lido Conchiglie, alla Montagna spaccata alle Quattro colonne, a Santa Maria al Bagno, alle Cenate in quel di Nardò, a Porto Selvaggio. Non meno affascinante si presenta la litoranea che congiunge Otranto a Gallipoli, passando per Santa Cesaria Terme, Castro e la Grotta della Zinzulusa, la Marina di Tricase e Santa Maria di Leuca, dove è lo spartiacque tra lo Jonio e l’Adriatrico.
Sembra proprio che il Creatore dell’universo abbia voluto, in un attimo di generosa elargizione, pareggiare il migliore tenore di vita delle regioni del nord industriale con la naturale bellezza di questi estremi lidi d’ Italia dove le stagioni si alternano senza notevoli scosse, dove il giorno si completa con la notte in una sintesi mirabile, dove il tiepido inverno non fa pensare con rammarico all’ estate trascorso, dove la placida face lunare sembra quasi abbia la luminosità medesima del sole.
Il turista, nel Salento, dimentica le vicissitudini della vita, si scorda del tramestio continuo di questa era dei “vampair”, degli “sputnik”, dei “beby luna”, e vive in un mondo che ha del paradisiaco, che penetra come un dolce veleno ammaliatore sino al più recondito del proprio io avvolgendo nell’oblio il passato e incessantemente ponendo di fronte la realtà quotidiana, una realtà che è gioia sfrenata di vivere, desiderio smodato di divertirsi, abbandono completo ai piaceri della villeggiatura.
Una qualsiasi giornata trascorsa in un qualsiasi centro balneare del Salento è ubriacante salutare indimenticabile. Si vorrebbe porre un freno al trascorrere vorticoso delle ore, di godere il più possibile di questa calma invidiabile in netto contrasto con il dinamismo della vita cittadina per dimenticare i tormenti che travagliano l’umanità , per estraniarsi da tutto e da tutti avviluppandosi in un dolce amplesso con tutto ciò che di bello e di buono la natura può offrire.
Già ai primi bagliori dell’alba il cielo si tinge di mille colori, il mare inizia la sua musica infiltrandosi tra le crepe degli scogli, l’onda gioca a rimpiattino con quella successiva, ritornando improvvisamente sul suo percorso ed urtando la cresta di quella successiva con la sua; i pescatori si avviano verso l’incognito facendo slittare , sotto la spinta dei remi o dei motori, le barche multicolori sulle migliaia di particelle sguscianti l’una sull’altra. E’ giorno: si sentono qua e là i primi rintocchi delle campane che sembra vogliano contribuire col loro suono argentino a dissipare le tenebre; una due tre tante madri tante mogli salgono i gradini delle numerose chiese per rivolgere al Signore le loro preghiere, per chiedere grazia che i propri figli, i propri mariti tornino con un buon pescato e non incorrano in qualche rischio, non raro.
Il sole mano a mano si alza all’orizzonte, il mare un momento addietro di un grigio tenue e tenero va acquistando il colore naturale del cielo, diventa di un azzurro scintillante increspato di luminosi bagliori argentini: La città si sveglia da un sonno nel quale mai si è addormentata, il tramestio cresce sempre più, mentre è l’ora migliore, questa, per visitare i templi dei quali il Salento è ricchissimo.
Ogni Chiesa ha una sua storia, un suo stile, un suo particolare interessante. Le opere d’arte non possono enumerarsi, le tele portano nomi di artisti famosi la cui ispirazione sembra abbia del celestiale e per il soggetto, e per la suggestività della esecuzione e per quella gamma di colori scelti a bella posta per rendere ancora più mistico l’ambiente per il quale sono state create.
Le facciate barocche, quasi tutte in pietra leccese o in carparo locale, sono quanto di più bello possa ammirarsi per gli amanti di questo stile, mentre non si disdegnano tutte le altre tendenze architettoniche quasi a volere soddisfare qualsiasi altro gusto.
Ma il mare, questo meraviglioso Jonio dal colore ineguagliabile, questa fonte di giovinezza eterna attende per rendere al turista gli onori di casa, lui tanto ospitale, per refrigerare le membra intorpidite dal caldo, per temprare i muscoli e dare a quelli nuova lena e vigore. Ecco che velocissimi scafi solcano l’immensa distesa azzurra trainandosi dietro sciatori acrobatici ed aggraziate sciatrici, ecco i sandalini e le barchette che sembrano sommerse dal carico umano, ecco migliaia di ombrelloni che animano ancor più l’ambiente con le loro tinte smaglianti; e intanto corpi abbronzati si tuffano tra le onde, vanno qua e là sulla sabbia, si intrattengono rumorosi con questo o quell’amico sulle rotonde.
Il sole inizia la sua parabola discendente, è ormai pomeriggio inoltrato e, dopo colazione, un sonnellino ristoratore è quasi d’obbligo. E’ necessario essere in gamba per affrontare senza stanchezza le avventure serali e notturne.
Una visita ai monumenti, alle antichissime fontane erette da prestigiose mani ellenistiche, segni indelebili di remote civiltà , è d’obbligo prima che la calda fiaccola del sole si immerga negli abissi per iniziare il suo viaggio nell’altro emisfero. Bagliori rossi si sprigionano dal disco incandescente che lentamente si abbassa all’orizzonte e mentre si resta estasiati davanti a tanta bellezza, si attende quasi di sentire il guizzo del ferro che il fabbro immerge nell’acqua per temprarlo.
Lo sciacquio delle onde che si infrangono sulle scogliere richiamano alla realtà , risvegliano il turista che, con la fantasia, segue il percorso del sole nel mondo del nulla.
E’ il momento di dare corso a un nuovo ciclo di divertimenti a completamento di una giornata in cui è vero, non si è avuto un attimo di sosta, ma neppure la stanchezza ha intaccato le membra per via di quella pace che regna sovrana in ogni cosa.
Il Lido San Giovanni, il dancing delle Conchiglie, quello delle Quattro Colonne, di Santa Caterina, delle Cenate, di Santa Cesarea, e tutti gli altri disseminati lungo le due coste a destra e a sinistra di Gallipoli, oltre ai numerosi ritrovi, attendono per lo più adagiati sul mare dal profumo impareggiabile, per offrire gli spettacoli d’attrazione appositamente preparati e tanta musica per tutti i gusti. E sulle piste gremite ci si può abbandonare alle danze inconsci di tutto ciò che è al di fuori.
E intanto le note melodiose di una orchestrina o il caratteristico ritmo della “pizzica” si accompagnano a quelle delle onde che, sulla spiaggia, sembra si esercitino per un meraviglioso concerto.
Inconsci, si assiste sorpresi al fare di un nuovo giorno e intanto si ritorna a casa o in albergo, già pensando agli imprevisti che offrirà un’ altra meravigliosa giornata in questo incomparabile Salento.
Silvano Piccolo
Gennaio 13, 2007 at 18:25 · Categoria: Viaggi nel Salento (Come eravamo)
(Da 18° Meridiano n.1 del 29.9.1963)
Ho trascorso le ferie lontano da Gallipoli in cerca di qualcosa di nuovo che colpisse la mia fantasia, alla scoperta dei più bei posti d’ Italia rinomati e decantati dagli stranieri e dai turisti in genere, immortalati dai giornali che a migliaia si pubblicano su tutto il territorio nazionale; ho visto cose stupende, luoghi incantevoli, spiagge meravigliose e, mentre tornavo nella mia cittadina ancora in preda alla sbornia di bellezze naturali, un desiderio morboso mi ha preso, quello di visitare per ultima la mia terra di Puglia per renderla più mia, per impossessarmi di essa il più possibile, per farle capire che stavo per tornare definitivamente, che un suo figlio, un frutto dei suo grembo, tornava a calpestarla per baciarla con quell’affetto e quella gioia con cui si bacia una madre dopo lunga lontananza.
“O terra di Puglia, bello anzi bellissimo lembo dell’Italia nostra, fucina di generazioni di martiri di eroi di artisti di poeti di pittori di scrittori, io ti saluto. Sono un tuo figlio, una tua creatura e ti amo; mamma adorata, neppure un estraneo che ti abbia vista una sola volta, per caso, riuscirà a dimenticare il tuo magnifico volto, la tua soave bellezza che spicca ancor più in confronto alla tua umiltà , i tuoi splendidi occhi azzurri, i tuoi riccioli biondi cosparsi qua e là di papaveri sgargianti e di fiori multicolori profumati.
Bari, Foggia, Brindisi,Taranto, Lecce sono le tue città principali, ma tutte le altre, anche i paesini minuscoli disseminati nelle tue campagne, nei tuoi sterminati vigneti, nei tuoi rigogliosi uliveti, non sono di meno di quelle; anche un agglomerato di trulli, di casette coniche costruite di pietra e dipinte di bianco portano il tuo nome, costituiscono il tuo corpo flessuoso da silouette, ti rendono grazie, con la loro bellezza, per averli creati.
Salve o madre Puglia, o nobile terra, io ti saluto.”
Bella nel corpo, nelle fattezze esterne, nella configurazione, ma ancora più bella nell’animo, nello spirito, nella sua essenza, è la Puglia: Ed espressione di questa bontà , di tale intrinseco contenuto, è il carattere dei suoi figli, di tutti i pugliesi a qualsiasi ceto a qualunque classe sociale essi appartengano. Di animo gentile, di portamento remissivo ed umile ma non per questo meno fiero e altezzoso all’occorrenza, di costumi morali eccellenti, offrono la loro calda amicizia a chicchessia, rendono i loro servigi con gentilezza e cortesia spiccate anche verso chi non conoscono, anche al primo venuto che voglia visitare la loro terra, il suolo sul quale essi vivono anzi si prodigano per vivere, si sacrificano, si divertono.
Già , perché una delle doti degli italiani in genere, particolarmente dei pugliesi e in modo eccezionale dei salentini, è quella di volere godere ad ogni costo, di sapere sfruttare la minima occasione, un attimo, per estraniarsi dalla loro travagliata esistenza: i carnevali di Putignano e Gallipoli insegnano. In essi l’arte e l’estro degli artisti locali si sbizzarriscono nella costruzione dei carri allegorici, nella creazione in cartapesta di sempre nuovi soggetti, e ognuno sente questo bisogno che, a un bel momento diventa brama, desiderio morboso di estrinsecare i propri sentimenti, di dare libero sfogo ala propria genialità , di sopraffare le avversità in una sfrenata corsa al piacere, in una competizione che l’attento osservatore fa pensare poiché è l’espressione appunto di una gioia che non è desiderata in quanto tale, ma come reazione al dolore, ai dispiaceri, al tormento interiore.
Vespa o Lambretta sono amici ideali e fedeli di chi vuole meglio conoscere la Puglia; non il treno che ti porta veloce e ti distrae con lo stridore delle ruote sulle rotaie; non l’ automobile che ti annebbia le idee in quel calore che è quasi un torpore; non la motocicletta che, improvvisamente, ti fa perdere il controllo e parte veloce, ma uno scooter che ti porta con calma e non ti fa distrarre per neppure un metro perché in quello spazio angusto puoi trovare una cosa meravigliosa, una roccia a strapiombo sul mare, uno scoglio sul quale volteggiano cento gabbiani in cerca di un pesciolino, una nuvola trasportata dal vento, un lembo di cielo incantevole.
E’ tutta bella l’Italia, è caratteristica tutta la Puglia, ma il Salento è semplicemente meraviglioso.
In ogni angolo scopri una nuova nota, in ogni casa trovi l’estrinsecazione dello spirito di un artista, in ogni uomo vedi un po’ di fuoco che è frutto dei pingui vigneti che lavora, un raggio di luce che ha rubato al sole infuocato sotto il quale si spella le mani o con la vanga o con la zappa o con l’aratro o coi remi o con le reti, una luce fioca e giallastra che egli ha carpito alla luna in una splendida serata in riva al mare.
A sinistra e a destra di Gallipoli tutto è fantasticheria, tutto è meraviglia, tutto è un cantico di gloria, un magnifico peana di vittoria che la Puglia e il Salento innalzano al cielo a testimonianza della bellezza di questa nostra terra, della vittoria conseguita dal popolo nostro.
Migliaia di spiagge sono sorte per i turisti che voglio bagnarsi qui da noi, che vogliono ristorarsi le membra nelle limpide e trasparenti acque degli estremi lidi d’Italia, i nomi di queste circolano ormai sulla bocca di tutti; e la stagione che viene è sempre più affollata di quella che la ha preceduta, il numero degli ospiti aumenta sempre di più, le vie diventano troppo anguste per le carovane di macchine che le percorrono, nel periodo estivo in particolare, con sulle targhe le sigle più strane, le meno attese, le più sconosciute.
Ma non per questo i Pugliesi diventano presuntuosi, essi conservano lo spirito di una volta, il carattere dei tempi migliori; hanno ancora marcata l’impronta della nobile schiatta che li ha preceduti e lavorano con alacrità adattandosi ai mestieri più svariati, dalla pesca alla coltivazione della vite e dell’ulivo, dalla floricoltura alla molto apprezzata industria della terracotta.
Tutto è poesia in Puglia: l’immensa distesa verde dei campi, una bianca masseria sperduta tra quelli, un rustico davanti al quale il pittore si intrattiene per riportarlo sulla tela, quella massa di acqua enorme interminabile, senza un principio e senza una fine, che all’orizzonte sembra congiungersi al cielo col quale si confonde, sia che questo risplenda di azzurro durante il giorno, sia che mandi bagliori di fuoco per via del disco incandescente all’ occaso, sia che diventi un drappo di velluto nero cosparso qua e là da milioni di faci, di stelle luminose, di fiammelle luccicanti, di gemme preziose.
Ed è poesia anche il lavoro perché ritmici sono i movimenti, cadenzata la spinta delle braccia sui remi e sulla vanga, il tutto accompagnato dalle note di una canzone in voga o di un motivo prettamente locale.
Questa è la Puglia terra di sogno, questo è il Salento magnifico, vanto degli italiani e vantato dagli stranieri, questo sono i pugliesi e i salentini in ognuno dei quali trovi un artista, in ognuno dei quali rinvieni un amico fedele e, con esso, un tesoro.
Silvano Piccolo
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