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I Figuli di Cutrofiano e l’industria della terracotta nel Salento

(15 Luglio 1957)

E’ innato, nell’animo dei Salentini, il desiderio di affermarsi il più possibile nella vita anche a costo di immensi sacrifici, pur nella coscienziosa certezza che aspra è difficile è la via da percorrere.

Nonostante i molti ed enormi ostacoli che si sono loro parati dinanzi, non pochi sono coloro che sono riusciti a ottenere una lusinghiera affermazione in particolare nel campo dell’arte e della cultura, in questo nostro Meridione.

Nella miseria e nelle sofferenze, i figli di Terra d’Otranto hanno sempre trovato la forza di superare sé stessi nonostante che, alle volte, il loro lavoro non ha ottenuto la meritata ricompensa, ma che tuttavia è valso a rendere sempre più attraente e non privo di fascino questo estremo lembo della Penisola.

Attrazione e fascino, infatti, producono in gran copia quei centri in cui viene lavorata l’argilla, primo fra tutti Cutrofiano, in provincia di Lecce.

Un paesino di pochi abitanti nel quale la cosa più importante è la piccola piazza centrale, con un paio di chioschi distributori di benzina , ravvivata, nella sua monotonia, da una ventina di alberelli ancora teneri; un agglomerato di case nelle quali vivono non più di cinquemila anime; un paesino di campagna che neppure ha la stazione ferroviaria anzi la ha, unica fermata, insieme ad Aradeo Seclì e Neviano, tre altri piccoli paesi dell’entroterra salentino: questo è Cutrofiano.

Eppure molto fiorente è, in esso, una industria che lo rende interessante, quella della terracotta, arte mirabilmente ereditata dai greci i quali in tempi molto antichi abitarono le nostre terre, ma che mano a mano si è adattata alle esigenze dei tempi moderni. E se si desidera portare a casa un vaso identico, o quasi, a quelli che restano nei musei quale testimonianza della illustre progenie, se si vuole un’anfora che riproduce perfettamente quelle antiche, è sufficiente farla vedere agli artigiani locali e, in meno di mezz’ora, sono in grado di crearla sotto i tuoi occhi colmi di meraviglia.

E’ un grande piacere visitare uno dei tanti minicantieri ed assistere alla esecuzione di un lavoro il cui disegno e la cui forma è stata scelta dalle pagine di un libro di arte greca; un pittore, poi, avrebbe completato, col suo pennello e i suoi colori ocra e nero, quanto ci si è proposto di realizzare.

Persona incompetente non riesce subito a rendersi conto di come facessero, questi bravi artigiani, a plasmare i loro modelli, a dare questa o quell’altra forma a un pezzo di argilla lì, in un angolo, duro, amorfo, senza vita.

Un rudimentale forno di pietra, una montagna gialla che si sgretola e si sfalda a solo toccarla, una serie di sfere di acciaio innestate a due a due su un unico asse girevole: è tutto quanto si sottopone alla attenzione in quel modesto locale. Abbastanza squallido come ambiente se quel laboratorio, d’un tratto, non viene illuminato con la crepitante fiamma delle fascine che bruciano nel forno.

Il maestro si accomoda su una sporgenza del muro appositamente creata nei pressi dei dischi rotanti, una gamba sull’altra, con la sinistra che fa da sostegno dà col piede destro dei colpi ritmati alla sfera più bassa; sulla sfera superiore un pezzo di argilla viene reso malleabile con abbondanti spruzzi d’acqua. E’ solo questione di pochi minuti: una mano pratica d’artista costringe la creta ad acquistare la forma di un cilindro che viene successivamente strozzato nella parte più alta; con le dita si svuota all’interno mentre il disco ruota sotto la spinta del piede; qualche altro colpetto per il perfezionamento e il forno nel quale quel modello di argilla dovrà essere cotto, completa l’opera da consegnare al pittore.

Si rimane estasiati di fronte a tanta abilità di quelle mani che agiscono con semplicità e soltanto una risatina di chi ha eseguito il lavoro con tanta maestria, insieme ai commenti del pittore distolgono dal pensare alla bravura, purtroppo non apprezzata nelle dovute dimensioni, di quel creatore di modelli che, a tanti anni di distanza, riesce ancora a mantenere viva quell’arte che, da padre in figlio, di generazione in generazione,si è tramandata dal tempo remoto in cui la civiltà dei greci rifulgeva in tutto il suo splendore.

Silvano Piccolo

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